GABRIELLA
REMIGI
NUDI come
Adamo ed Eva nell'Eden o coperti di costumi che ormai più
che
nascondere enfatizzano le forme, le esaltano, le velano di
ammiccanti
trasparenze? La distanza fra comune senso del pudore e
mancanze
al medesimo è, appunto, a volte un velo, un lembo, anche
piccolissimo,
di stoffa. Eppure scatena da anni immutabile un
dibattito,
pure penale, che in Italia non accenna a sopirsi. E
puntuale
si ripresenta anche quest'estate. L'innesco viene dalla
cinquantina
di denunce che hanno costellato il luglio delle spiagge
di Marina
di Bibbona, Capalbio e Marina di Alberese dove alcuni
nudisti
sono stati denunciati per violazione degli articoli 527, 726
e 529 del
codice penale, i famigerati atti osceni in luogo pubblico
fra i
quali può rientrare addirittura un bacio. «Ho cominciato a fare
il
naturista venti anni fa, poco prima di laurearmi racconta Massimo
Guiggiani
e pensavo che la situazione, nel tempo, si sarebbe
modificata.
Purtroppo, siamo ancora all'età della pietra, al "dagli
all'untore"».
Guiggiani, docente a Ingegneria di Pisa e responsabile
regionale
dell'Associazione naturista italiana, si occupa da tempo
della
materia. «È una questione di diritti civili prosegue le denunce
sono un
abuso: la legge italiana non vieta il nudismo, purché vengano
rispettate
certe condizioni. Sugli articoli del codice penale
generalmente
impugnati contro i nudisti ci sono ben due sentenze
della
Corte di Cassazione». E racconta un episodio che lo ha
riguardato
personalmente, avvenuto due anni prima che la Corte si
pronunciasse.
«Era l'estate del '98: io e mia moglie ci trovavamo
sulla
spiaggia di Nido dell'Aquila, a sud di San Vincenzo. Agli
agenti che
si sono avvicinati, ordinando di rivestirci, ho mostrato
la copia
del decreto di archiviazione del Tribunale di Livorno che si
riferiva a
25 denunce su quella stessa spiaggia. Grazie a quel testo
che avevo
portato con me nello zaino, gli agenti se ne sono andati
senza
poterci imporre nulla. Non tutti però hanno la stessa prontezza
o
coscienza dei propri diritti per reagire. E se uno viene
denunciato,
dopo la multa di 250.000 lire che gli arriva a casa, può
decidere
di rinviare il caso a giudizio. Ma, anche vincendolo, dovrà
pagare
almeno 2 milioni di lire per gli avvocati». Dalla legge agli
aspetti
culturali del nudismo il passo è breve e il professore lo
compie in
fretta: «Il nostro modo di vivere in armonia con la natura
presuppone
un grande rispetto per l'ambiente: quante volte abbiamo
ripulito
le spiagge dai rifiuti lasciati lì da qualche bagnante». Nel
mondo
della telematica anche i nudisti si affidano alla rete. E sul
suo sito,
web.tiscali.it/naturismo, l'Anita lancia un proclama
preciso:
«Vogliamo affermare il nostro diritto di poter stare nudi,
sia pure
in spazi riservati, in modo che il naturismo venga
considerata
una sana attività ricreativa». Fra i 1000 soci italiani
di Anita e
i nudisti italiani, Guiggiani sostiene esserci un forte
divario
numerico: «Forse perché manca all'italiano una tendenza
associativa:
il naturismo da noi è ben più diffuso di quanto le cifre
facciano
supporre. La situazione italiana è anomala comunque: contro
gli 80
centri naturisti della Francia e i 40 spagnoli, da noi ne
esistono 3
o 4. E di spiagge ufficiali solo due: una a Capocotta,
vicino
Ostia; l'altra a Lido di Dante nei pressi di Ravenna». E
chiude con
un episodio di un mese fa: «Un naturista ha chiamato la
segreteria
del parco di Torre Guaceto a Brindisi per avere
informazioni
sulla possibilità di fare naturismo da quelle
parti:
"Grazie ai nostri sforzi il nudismo è stato quasi debellato"
si è
sentito rispondere. Ecco nell'uso improprio di quel verbo
debellare,
ripreso dal linguaggio medico e riferito a qualcosa di
oggettivamente
indesiderabile, leggo tutta l'intolleranza per la
nostra
scelta».